Nicola Ravera Rafele, “Naufragio” racconta il clima e la fragilità
22/04/2026
Un nubifragio, una frana, una notte che cambia il modo di guardare il mondo. Da un’esperienza vissuta in prima persona a Stromboli nell’estate del 2022 nasce “Naufragio”, il nuovo romanzo di Nicola Ravera Rafele, libro che sceglie di attraversare il tema del cambiamento climatico senza trasformarlo in sfondo teorico, ma facendolo entrare nella vita concreta dei personaggi, nelle loro paure, nei rapporti familiari, nel senso di precarietà che accompagna l’esistenza contemporanea.
Nell’intervista proposta per la rubrica “Dialoghi con l’autore e l’autrice”, lo scrittore spiega che l’origine del romanzo è strettamente legata a un episodio reale: una violenta pioggia estiva sull’isola di Stromboli, una frana improvvisa, il rischio molto concreto di morire insieme alla propria famiglia. Da quel momento, racconta, la percezione dei rischi climatici è cambiata radicalmente. Nel libro, quella frattura personale diventa materia narrativa e si allarga fino a coinvolgere il rapporto tra la fragilità individuale e quella dei territori, ormai esposti a eventi estremi con una frequenza che non può più essere derubricata a eccezione.
Il cambiamento climatico entra nella vita privata dei personaggi
In “Naufragio” il cambiamento climatico non è trattato come un semplice tema d’attualità. Ravera Rafele lo trasforma in una pressione costante che agisce sulle coscienze, altera gli equilibri, costringe i protagonisti a misurarsi con l’insicurezza. La pioggia che incombe sull’isola non minaccia soltanto il paesaggio, ma scardina la normalità, fa emergere debolezze, fratture, timori rimossi. Il territorio ferito da un incendio e poi investito dall’acqua diventa così il riflesso di esistenze già esposte, vulnerabili, incapaci di sentirsi davvero al sicuro.
Lo scrittore insiste su un punto preciso: la conoscenza di chi vive a stretto contatto con la natura ha un valore che non può essere ignorato. Nel romanzo, chi abita l’isola percepisce il pericolo prima degli altri, non attraverso dati o strumenti scientifici, ma grazie a un sapere corporeo, sedimentato nell’esperienza quotidiana, fatto di vento, nuvole, umidità, segnali minimi che chi arriva da fuori non sa leggere. Una sensibilità che, però, da sola non basta.
Prevenzione, cultura ambientale e responsabilità pubblica
Proprio su questo passaggio si innesta una riflessione che supera il piano letterario. Rispondendo a una domanda sul ruolo di un’agenzia ambientale come Arpat, Ravera Rafele sostiene che il compito delle istituzioni non dovrebbe limitarsi alla produzione di dati, ma dovrebbe estendersi alla costruzione di una vera cultura della prevenzione. Il nodo, secondo l’autore, è tutto qui: in Italia si continua troppo spesso a parlare di fatalità dopo le catastrofi, mentre la cura del territorio, lo studio dei fenomeni e la prevenzione vengono trascurati fino a quando il danno non si è già prodotto.
Il riferimento a Stromboli è esplicito. Lo scrittore ricorda che diversi appelli della popolazione locale sarebbero rimasti inascoltati e che, dopo la tragedia sfiorata, furono gli stessi cittadini a intervenire direttamente per bonificare la montagna e ridurre i rischi successivi. Nelle sue parole, la questione climatica non è mai separata da quella politica e amministrativa: l’emergenza non esplode soltanto per effetto della natura, ma anche per ciò che non è stato fatto prima.
Il negazionismo e la crisi di una cultura fondata sul profitto
Nell’intervista trova spazio anche il tema del negazionismo climatico, incarnato nel romanzo da un personaggio che minimizza il pericolo mentre attende che la pioggia arrivi. Ravera Rafele non legge questa rimozione come un fatto marginale o folkloristico, ma come il prodotto di una cultura più ampia, fondata sul profitto senza limiti, sull’assenza di regole e sulla competizione permanente. In questa visione, negare il cambiamento climatico serve a proteggere interessi economici e a rinviare ogni trasformazione reale.
Per contrastare questa deriva, secondo l’autore, non basta correggere la comunicazione o moltiplicare gli allarmi. Serve un cambiamento culturale più profondo, capace di toccare il modo in cui si immaginano sviluppo, consumi, diritti e distribuzione delle risorse. È una posizione netta, che lega la questione ambientale a un ripensamento complessivo del modello sociale ed economico.
La comunità come risposta alla paura, non come consolazione
Ai giovani Ravera Rafele guarda con una certa fiducia. Li considera più sensibili di altre generazioni, perché cresciuti dentro una crisi ormai evidente, non più ipotetica. Nel romanzo, però, non c’è spazio per facili ottimismi. Il nubifragio non ha un valore positivo in sé, non redime e non migliora il mondo. Può però costringere i personaggi a guardarsi senza finzioni, a riconoscere la propria vulnerabilità e a riscoprirsi parte di una comunità.
È questo uno dei nuclei più forti di “Naufragio”: l’idea che dalla violenza della natura non nasca una lezione edificante, ma una presa d’atto. Siamo fragili, esposti, dipendenti gli uni dagli altri. E proprio per questo i legami, quando resistono, assumono un peso diverso. Non come retorica consolatoria, ma come necessità concreta. In un tempo segnato da crisi ambientale e instabilità diffusa, il romanzo di Nicola Ravera Rafele prova a raccontare esattamente questo punto di rottura.
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