Mangificio a Firenze, Italia Viva si astiene: “Servono regole più equilibrate e meno rigide”
14/04/2026
La discussione sul futuro commerciale del centro storico di Firenze si muove lungo una linea sottile, dove la necessità di arginare l’omologazione dell’offerta urbana si intreccia con il dovere di non comprimere oltre misura la libertà d’impresa.
È su questo terreno che si colloca la posizione espressa dai consiglieri Francesco Grazzini e Francesco Casini, esponenti del gruppo Italia Viva – Casa Riformista, intervenuti sul provvedimento pensato per contenere la diffusione delle attività riconducibili al cosiddetto “mangificio”.
La loro valutazione parte da un riconoscimento netto del problema. La proliferazione indistinta di esercizi legati alla somministrazione e alla vendita alimentare, soprattutto nelle aree più pregiate della città, viene considerata una questione concreta, con ricadute evidenti sul decoro urbano, sulla qualità dello spazio pubblico e sulla tenuta dell’identità commerciale fiorentina.
Il punto, però, si sposta immediatamente sul modo in cui l’amministrazione sceglie di intervenire: per Italia Viva la finalità è condivisibile, mentre il testo presenta elementi di criticità che meritano attenzione.
La critica al metodo: troppi divieti, poca selettività
Secondo Grazzini e Casini, l’aspetto più problematico riguarda l’impianto restrittivo del provvedimento. L’introduzione di divieti generalizzati e destinati a protrarsi nel tempo viene letta come una scelta che rischia di eccedere rispetto all’obiettivo perseguito, fino a entrare in tensione con il principio della libertà di iniziativa economica, garantito dall’ordinamento costituzionale. Non è una riserva marginale né una formula di rito: nella loro presa di posizione emerge il timore che strumenti troppo rigidi possano rivelarsi fragili anche sul piano giuridico, esponendo l’atto a contestazioni e contenziosi.
Il nodo, in sostanza, è la mancanza di distinzione tra situazioni profondamente diverse. Nella stessa categoria rischiano di finire attività standardizzate, prive di legame con il territorio, e realtà che invece lavorano sulla qualità, sulla filiera corta, sulla valorizzazione del patrimonio enogastronomico e dell’artigianato alimentare locale. Una regolazione efficace, nella lettura proposta dai consiglieri, dovrebbe avere la capacità di selezionare e differenziare, colpendo ciò che impoverisce il tessuto commerciale senza ostacolare chi contribuisce a rafforzarlo.
Tra tutela del centro storico e politiche attive per la qualità
La posizione di Italia Viva non si ferma alla critica del testo, ma prova a indicare una linea alternativa. La salvaguardia del centro storico, sostengono Grazzini e Casini, non può essere affidata esclusivamente a una logica di interdizione. Serve invece un equilibrio più maturo tra regole e sviluppo, tra limiti necessari e strumenti capaci di accompagnare una trasformazione positiva del tessuto economico urbano.
Da qui la richiesta di affiancare eventuali restrizioni con politiche attive: sostegno alle botteghe storiche, misure di promozione dell’artigianato, incentivi per le attività che investono in qualità e che possono contribuire a restituire al centro cittadino una fisionomia commerciale meno standardizzata e più coerente con la storia di Firenze. Il ragionamento politico è chiaro: vietare può servire, ma da solo non basta. Senza una strategia che favorisca le presenze commerciali ritenute desiderabili, il rischio è quello di costruire un impianto difensivo incapace di produrre effetti duraturi.
È dentro questa cornice che si colloca la scelta dell’astensione, definita dai due consiglieri come un atto di responsabilità e coerenza. Non una presa di distanza dal tema, né una sottovalutazione del fenomeno, ma la richiesta di un intervento più calibrato, più flessibile e più solido anche sotto il profilo giuridico. Una posizione che fotografa bene il cuore del confronto politico in corso a Firenze: non se intervenire, ma come farlo senza sacrificare, insieme al problema, anche le risorse migliori della città.